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Rassegna Stampa

By 25/01/2019 Febbraio 6th, 2019 No Comments
Masseria Faresalento a Gallipoli

I luoghi e le contrade, come Castellana e la zona dei Sauli, dove Xylella ha fatto la sua apparizione 10 anni fa, sono già un inferno. Tronchi anneriti, fantasmi di alberi secolari, accenni di rinascita subito stroncati dal batterio; anche gli olivastri sui muretti non sono risparmiati. Dal punto più alto della serra di Gallipoli, guardando in direzione di Taviano, Matino, Racale è una distesa di oliveti imbruniti. Da una parte il mare e le coste ioniche che richiamano folle di turisti, dall’altra il paesaggio mortificato dall’infezione. Intorno, montagne di rifiuti, ovunque: sulla collina, nelle campagne, lungo le strade, nelle pinete che fanno parte del parco regionale. Bottiglie di vetro e di plastica, pannolini, fazzoletti, eternit, pezzi di cemento, pneumatici di ogni dimensione: un campionario di scarti. La disgregazione della campagna abitua al degrado. Dice il ricercatore che ci accompagna: temo che il Salento, tra otto-dieci anni sarà tutto così.

Nella zona più colpita due persone straordinarie, Debora Bornazzini (torinese) e Pier Antonio Rosi (medico chirurgo di Brescia), innamorati del Salento tanto da investire qui i loro risparmi, non hanno nessuna intenzione di arrendersi. Hanno visto morire uno per uno gli alberi monumentali, li hanno curati in ogni modo, hanno piantato fiori e melograni, registrano sconsolati i comportamenti mediocri di chi ripulisce la propria casa scaricando in campagna le schifezze, ma via via tra un dialogo e l’altro nella loro testa si fa largo un’idea: un appello ai giovani ricercatori non solo italiani per combattere Xylella e un’alleanza, in preparazione, con gli agricoltori intelligenti contro chi sporca la campagna e le amministrazioni conniventi che si sono arrese al malcostume.

Il bollettino dell’avanzata del batterio segna la cartina della Puglia con nuovi insediamenti dell’infezione e allarmi ovunque. Sembra rientrata la paura a Monopoli. Si allarga la fascia dei focolai attorno a Brindisi con Torchiarolo, Cerano e Cellino San Marco. Migliaia di piante destinate alla morte.

Un sentimento mai vissuto e conosciuto si insinua nel cervello di molti salentini. Un sentimento a metà tra la fede nelle vecchie prassi (<abbiamo fatto sempre così>) e il vuoto dell’attesa di un nemico avvertito come diabolico, ma ancora in gran parte sconosciuto, e quindi un nemico non identificato nella realtà. Ma c’è anche, diffusa, un’emozione rigeneratrice tra quanti non sono stati ancora colpiti direttamente dal flagello. Molti, quest’anno, hanno deciso di raccogliere dall’albero le olive, anticipando i tempi rispetto agli anni scorsi ed evitando che cadano a terra. Qualche frantoio ha aperto, desiderio di vitalità contro la morte annunciata dall’epidemia.

Un nuovo piano è stato catapultato dai tavoli della politica e della burocrazia. L’ennesimo, con il povero Silletti che cerca di testimoniare un’autorità dello stato ridotta al lumicino. Il presidente della regione Emiliano è in silenzio. Sembra che un suo consigliere non sia ancora convinto che la morte degli ulivi sia causata dal batterio individuato dagli scienziati. Sradicare è antipopolare. Ma non è sufficiente opporsi per salvare gli uliveti pugliesi e delle altre regioni sempre più preoccupate.

La politica ha perduto la parola, e quelle che pronuncia non hanno valore. Ma un danno enorme lo ha già provocato determinando un immobilismo pernicioso. A ottobre 2013, quando la presenza del batterio fu ipotizzata dal fitopatologo Giovanni Martelli, le severe misure previste dal protocollo italiano ed europeo, cioè gli abbattimenti degli alberi malati, avrebbero potuto contenere la diffusione del batterio confinandolo nella zona di Gallipoli sud. Due anni trascorsi senza fare nulla hanno allargato in modo drammatico la zona di insediamento e la stessa fascia di contenimento e adesso presentano un conto ben più pesante. In più, Puglia e Italia subiscono il pressing dei Paesi europei, preoccupati e risentiti a causa della nostra inerzia.

Ma l’inefficienza della politica, regionale e del ministero dell’agricoltura, continua a provocare conseguenze drammatiche per la nostra olivicoltura. E’ vero che l’olio tunisino e del Nord Africa non è necessariamente peggiore del nostro, ma accettare questo piano inclinato significa per la Puglia aver coscientemente abbandonato qualsiasi proposito di rinnovamento e qualificazione ulteriore della nostra olivicoltura. Stretti tra gli spagnoli e l’olio dell’altra sponda del Mediterraneo il rischio è l’irrilevanza con la perdita di ricchezza, di esperienze e di speranze.

L’ulivo, malgrado la sua grande diffusione, è ancora una specie arborea poco studiata dal punto di vista genetico e molecolare. Solo da qualche anno si sta cercando di fare qualcosa, in modo ancora confuso e frammentato. La parola biotecnologie, purtroppo, continua a sollevare resistenze culturali, fa alzare muri con molti che gridano la loro opposizione a tutti gli studi e gli approfondimenti scientifici che si richiamano alle tecniche del dna ricombinante. Così, a causa del conservatorismo della politica e di settori sociali bloccati acriticamente sulla <tipicità> dei prodotti, si dice no a qualsiasi cambiamento aiutato dalla scienza.

Tutto ciò ha di fatto posto un veto ideologico su qualsiasi miglioramento genetico delle varietà tradizionali supportato dalle informazioni che la genomica può fornire. Così continuiamo a sapere molto poco sul comportamento genetico delle varietà di ulivo, e quello che sappiamo è più frutto di intuizioni personali che il risultato coerente di programmi di ricerca. Tale atteggiamento costringe all’impoverimento la nostra agricoltura e la stessa ricerca scientifica che proprio nello studio genetico di 1500 varietà può trovare soluzioni a tanti problemi, anche sulla qualità e sull’eliminazione di molti trattamenti chimici dannosi alla salute umana. In queste condizioni le due varietà finora attaccate in modo mortale da Xylella, Ogliarola e Cellina di Nardò, sono destinate alla scomparsa in una vasta area della Puglia. Per avere un’idea di come la classe politica tiene in conto la scienza è sufficiente ricordare che da due anni l’università di Bari ha chiesto alcune unità di ricercatori da assumere a tempo determinato e impiegare contro il batterio, ebbene ancora si attende una risposta. Ecco, è questa fede nella mediocrità, molto diffusa in ambiti diversi, ad aiutare Xylella, batterio non invincibile (lo dicono gli scienziati), ma che da noi ha trovato ambiente fertile.

Fonte: https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/notizie-nascoste/685971/puglia-una-classe-politica-responsabile-del-disastro.html